Testimonianza d’estate

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La mia partecipazione all’escursione sul ghiacciaio dell’Adamello del 13 e 14 luglio 2013 è nata casualmente, da un invito inaspettato che mi fece un po’ di tempo fa una persona che sapeva della mia passione per la montagna e che una mattina mi chiese quasi per caso: “vuoi venire con noi sull’Adamello?”

Gli risposi distrattamente: “mandami il programma e poi vediamo!”.

Da quel momento si sono incrociate inaspettatamente diverse situazioni che mi parlavano di questo viaggio e che mi aprivano sempre di più la strada a quest’avventura, tra cui l’acquisto del libro di Lino Zani fatto proprio allo stand della Gagliarda durante la festa di fine giugno.

La lettura di questo libro mi ha definitivamente convinto ad andare perché mi ha fatto nascere dentro la voglia di raggiungere quella Croce di cui parlava, sulla vetta di Giovanni Paolo II.

Dopo aver confermato a “Ciccio” la mia partecipazione, ho iniziato una lunga preparazione fisica fatta di sveglie mattutine all’alba, di corse e di addominali: più si avvicinava la data stabilita, più cresceva in me la voglia e l’entusiasmo di vivere quell’esperienza fino in fondo anche se sapevo che era molto dura arrivare alla Croce, simbolo del sacrificio di Cristo per noi.

Finalmente arriva il giorno della partenza!

Il tempo era stupendo e quella mattina del 13 luglio siamo partiti alla volta del rifugio della Lobbia Alta, sul Ghiacciaio Presena, sapendo che ci aspettavano circa 1000 metri di dislivello da scalare!

Se si fissava lo sguardo esclusivamente sull’immensa distanza da percorrere per raggiungere la meta, l’impresa sembrava impossibile e quella vetta diventava irraggiungibile, ma se ci si concentrava a compiere un passo dopo l’altro, godendo dell’ambiente spettacolare che ci faceva da contorno e di quella maestosità misteriosa ed affascinante propria della montagna, prima o poi la vetta sarebbe arrivata. Ed è proprio così che a sera siamo giunti al rifugio dei caduti dell’Adamello, gestito per tanti anni dalla famiglia Zani.

Giunto al rifugio, purtroppo, inizio subito a sentirmi male: dolori di stomaco e febbre molto alta, probabilmente dovuti all’altitudine. Così prendo un’aspirina vado diretto a letto come uno straccio.

In quel letto a castello, tremando come una foglia, mi sono detto “chi me l’ha fatto fare?” e soprattutto mi chiedevo se il giorno dopo avessi trovato la forza di scendere e continuare il percorso, ma poi, pregando il Signore di darmi la forza ed affidandogli tutte le persone care che ho lasciato a casa, finalmente mi sono addormentato tranquillo.

Erano passate poche ore quando verso le 4,20 di notte sento, per caso, dei movimenti nel camerone: Stefano e gli altri del gruppo intendevano partire verso la Croce, un maestoso monumento posto su di una vetta molto alta e voluto da Papa Giovanni Paolo II durante il suo soggiorno in quei posti negli anni ’80. Era quella meta tanto ambita  per cui ero partito e che volevo raggiungere.

Inizialmente la debolezza fisica mi ha indotto a salutarli, chiedendo semplicemente loro di fare una preghiera anche per me quando l’avrebbero raggiunta, poi, improvvisamente, sento crescere dentro di me una forza nuova: qualcosa o qualcuno mi invitava ad andare facendomi sentire “capace di farcela”.

Subito mi sono vestito, ho preso l’imbragatura, i ramponi ed ho raggiunto gli altri. Non mi sembrava vero di essere di nuovo in piedi dopo quanto ero stato male poche ore prima. Così, carico di emozione ed anche di tante incertezze, mi sono avviato con il gruppo verso Cresta Croce.

La giornata prometteva bene: il cielo era sereno; sul ghiacciaio Pian di Neve, la salita era veramente impegnativa, soprattutto gli ultimi 10 metri che abbiamo salito quasi in verticale, ma poi siamo arrivati e  abbiamo dimenticato subito la fatica fatta! Finalmente, grazie a Dio, sono riuscito a raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissato.

Proprio in quel momento di pace irreale, vediamo sorgere una stupenda alba e penso a tutte le persone che amo, soprattutto a due di loro che sono state molto importanti per me e che non ci sono più ma che mi hanno accompagnato fino a quei 3.300 metri: mio padre e il  carissimo amico Roby, anche lui grande amante della montagna. È a loro che voglio dedicare questa avventura!

Poco dopo siamo tornati verso il rifugio dove ci aspettava la Santa Messa sull’altare consacrato da Papa Giovanni Paolo II. La celebrazione è stata molto emozionante specialmente quando si sono ricordate tutte le persone care che ci hanno lasciato e tutti i soldati morti durante la guerra bianca e che ancora giacciono lì, sotto i ghiacciai innevati.

Terminata la messa siamo ripartiti verso il rifugio Garibaldi che abbiamo raggiunto dopo 5 ore di cammino sopra una immensa distesa di neve e sotto uno stupendo e caldo sole.

Dopo pranzo ci aspettava l’ultimo sforzo per tornare alle macchine: 2 ore e mezzo di discesa su un sentiero denominato “Calvario”, un nome appropriato soprattutto per le nostre ginocchia, già provate da lunghe ore di cammino!

Quello che posso dire per terminare questa testimonianza è che ancora una volta “la montagna rimane una scuola di vita”, poiché ci insegna che, quando ci troviamo dinanzi a vette che sembrano irraggiungibili, non ci dobbiamo far scoraggiare dalla lunghezza e dalla difficoltà del percorso, anche se ci sentiamo deboli e siamo provati fisicamente, ma dobbiamo trovare la forza ed il coraggio di mettere un piede davanti all’altro con costanza, pazienza e fede in Dio.

Procedendo così, senza fretta ma con tanta speranza nel cuore, affrontiamo un po’ alla volta tutto il cammino, godendo nel frattempo degli stupendi scenari che il Signore ci mette a disposizione per rinfrancarci il cuore e rinvigorire il nostro coraggio.

Ed ogni obiettivo diventa raggiungibile!

Infine vorrei ringraziare tutte quelle persone che hanno reso possibile questo viaggio e che, per una serie di casualità, si sono rivelate complici della volontà del Signore nel farmi vivere questa stupenda esperienza per la mia vita.

Alessandro